La semplice interdizione formale non arresta l'adozione degli strumenti digitali all'interno delle organizzazioni. Sposta l'operatività nella clandestinità, alimentando il fenomeno della Shadow AI e moltiplicando le responsabilità fiduciarie e legali dell'impresa all'insaputa della direzione.

Nelle strutture professionali e nelle aziende di servizi ad alto valore aggiunto, la pressione sui tempi di consegna spinge quotidianamente collaboratori e consulenti esterni a ricercare scorciatoie di produttività. Per redigere una proposta commerciale complessa, riassumere un parere tecnico, sintetizzare una trascrizione di riunione o impostare una sequenza di comunicazione, il ricorso a strumenti pubblici e gratuiti di intelligenza artificiale rappresenta una tentazione immediata. In pochi secondi il testo viene generato con un registro fluido e apparentemente impeccabile. In quel medesimo istante, informazioni riservate sui clienti, strategie negoziali, bozze contrattuali e dati operativi protetti lasciano il perimetro aziendale senza tracciamento, senza cifratura e senza accordi formali di trattamento.

La reazione tipica della dirigenza consiste nell'emanare circolari interne di divieto assoluto. Questa risposta ignora un principio fondamentale: il divieto non estingue la domanda di agilità che ha originato il comportamento. Quando il carico di lavoro resta elevato e l'organizzazione non offre un percorso ufficiale legittimo, l'utilizzo prosegue sui dispositivi personali o attraverso browser privati. L'unica salvaguardia concreta per la continuità aziendale consiste nel superare l'improvvisazione, progettando un'architettura operativa autorizzata con perimetri di sicurezza definiti, flussi di dati isolati e verifiche sistematiche.

Che cos'è la Shadow AI nel Marketing e perché riguarda anche le PMI di servizi

La Shadow AI nel Marketing è l'uso di strumenti di intelligenza artificiale non autorizzati, non censiti e non governati dall'azienda per produrre contenuti, analisi e comunicazioni. Riguarda le PMI di servizi ad alta complessità perché brief, dati dei clienti e conoscenza professionale finiscono in prompt pubblici senza alcuna tracciabilità.

Per comprendere la portata del fenomeno, è indispensabile distinguere tra le diverse modalità di presenza della tecnologia nell'operatività quotidiana. L'uso autorizzato si configura quando l'organizzazione seleziona piattaforme dedicate, stipula accordi commerciali con clausole di riservatezza verificate, gestisce accessi centralizzati e definisce linee guida operative chiare. L'uso tollerato si manifesta quando i vertici sanno in modo informale che singoli professionisti utilizzano assistenti linguistici aperti, ma preferiscono chiudere un occhio per non rallentare le consegne. La Shadow AI rappresenta invece l'uso non governato e non tracciato: l'impiego sistematico di strumenti generativi su account personali, all'insaputa dei responsabili dei sistemi informativi, della conformità e del titolare del trattamento.

Un divieto formale non coincide con un cambiamento delle abitudini di lavoro. Negli studi professionali i collaboratori più giovani ricorrono spesso a strumenti pubblici di intelligenza artificiale per redigere testi, riassunti e bozze di comunicazione, perché dietro c'è un bisogno reale: velocità. Il divieto non elimina quel bisogno. Sposta semplicemente l'uso fuori dal campo visivo di chi ne risponde.

Il titolare se ne accorge tardi perché raramente ha una visione chiara di come il lavoro scorra davvero nella sua operazione. Dove i flussi non sono mappati e dove la continuità dipende dall'impegno quotidiano di poche persone, l'uso non governato resta invisibile finché non produce un effetto: un'informazione riservata finita in uno strumento esterno, un contenuto impreciso inviato a un cliente, una violazione delle norme sulla protezione dei dati.

La vera posta in gioco non riguarda la qualità formale di una frase pubblicitaria, ma la vulnerabilità dei flussi di lavoro aziendali. Quando le attività di comunicazione e relazione commerciale attingono alla conoscenza distintiva dell'impresa senza un quadro di regole condivise, l'autonomia della squadra si trasforma in un moltiplicatore di rischio non censito.

Perché il divieto formale non ferma l'uso e aggrava la responsabilità dell'impresa

Il divieto formale non elimina il bisogno di produttività che spinge i collaboratori verso strumenti pubblici: sposta l'uso fuori dalla vista dell'impresa. Senza alternative autorizzate, la Shadow AI cresce e il titolare risponde di trattamenti che non conosce, non governa e non può dimostrare.

La decisione di vietare categoricamente ogni applicazione di intelligenza artificiale appare spesso, a una prima valutazione, come la scelta più prudente e immediata per il socio amministratore. Tuttavia, la meccanica operativa dimostra che una proibizione non accompagnata da infrastrutture adeguate genera l'effetto opposto a quello desiderato. I collaboratori, sottoposti a scadenze stringenti e a una crescente mole di adempimenti documentali, continuano a impiegare gli strumenti disponibili sul mercato, spostando l'attività su canali non controllati.

La lezione che l'esperienza consolida è che il problema raramente è lo strumento. È l'assenza di un'architettura operativa che renda visibile, e quindi governabile, ciò che accade. Dove manca quell'architettura, il divieto produce solo una falsa sensazione di controllo.

Sul piano della conformità giuridica, l'aggravamento della posizione aziendale è evidente. Una policy statica conservata in un faldone o inviata una tantum via posta elettronica non soddisfa l'obbligo di diligenza. Di fronte a un'ispezione o a un contenzioso originato dalla diffusione di dati sensibili, dichiarare che l'azienda aveva genericamente vietato tali pratiche senza predisporre controlli tecnici e percorsi approvati costituisce una prova di omissione organizzativa.

Il divieto deve rappresentare, nella migliore delle ipotesi, il punto di partenza per una riflessione strategica, mai il punto di arrivo. Senza un'alternativa presidiata, l'efficienza fiduciaria verso i clienti si erode e il sovraccarico del titolare aumenta esponenzialmente nel vano tentativo di monitorare comportamenti individuali non tracciabili.

I rischi invisibili dei prompt pubblici: dati, riservatezza, proprietà intellettuale e qualità

Un prompt pubblico trasferisce informazioni fuori dal perimetro aziendale senza registro, base giuridica verificata o possibilità di controllo successivo. I rischi sono quattro: dati personali dei clienti, riservatezza professionale, proprietà intellettuale e output non verificati che entrano nella comunicazione commerciale dell'impresa.

L'immissione di testi aziendali all'interno di interfacce web aperte espone l'organizzazione a vulnerabilità strutturali che operano lungo quattro direttrici principali:

  • Dati personali e tutela della privacy: Estratti di corrispondenza, elenchi di clienti, note di contenziosi o schede anagrafiche incollati nei prompt configurano a tutti gli effetti un trattamento di dati personali. I servizi gratuiti spesso riutilizzano tali input per l'addestramento continuo dei propri algoritmi, trasferendo informazioni su server situati al di fuori dell'Unione Europea in assenza di garanzie adeguate.
  • Riservatezza professionale e accordi di non divulgazione: Le PMI di consulenza e gli studi legali gestiscono segreti commerciali e perizie coperte da rigorosi accordi di riservatezza (NDA). L'inserimento involontario di dettagli economici, strategie di acquisizione o clausole contrattuali in una piattaforma pubblica costituisce una violazione contrattuale idonea a compromettere i rapporti con i mandanti.
  • Esposizione della proprietà intellettuale: Le metodologie proprietarie, i framework di analisi sviluppati internamente e i capitolati tecnici rappresentano il capitale intangibile dell'impresa. Cedere questi contenuti a sistemi aperti significa diluire il proprio vantaggio competitivo e renderlo potenzialmente accessibile ad altri operatori del mercato.
  • Degrado qualitativo e incoerenza del brand: I modelli linguistici pubblici colmano le lacune informative generando risposte plausibili ma prive di ancoraggio documentale. Senza una supervisione strutturata, affermazioni prive di fondamento, citazioni normative inesatte o toni di voce disallineati finiscono nei materiali commerciali e negli articoli diffusi dall'azienda, minando l'autorevolezza della struttura.

La caratteristica più critica di questi rischi risiede nella loro invisibilità. In assenza di un registro centrale dei casi d'uso, l'azienda non possiede alcun log storico per ricostruire quali documenti siano stati condivisi, da quali postazioni e con quali destinatari, rendendo impossibile qualsiasi azione correttiva tempestiva.

Cosa richiedono Garante e AI Act: dimostrare le misure prima dell'uso

Il Garante richiama il principio di accountability (art. 5 GDPR): il titolare deve poter dimostrare misure tecniche e organizzative adeguate prima dell'impiego dell'IA sui dati. L'AI Act adotta una classificazione piramidale dei rischi e impone, per i sistemi ad alto rischio, trasparenza, tracciabilità dei dati e supervisione umana.

Il quadro normativo europeo ha superato da tempo l'approccio reattivo alla conformità. Secondo le indicazioni fornite dal Garante per la Protezione dei Dati Personali nell'ambito delle proprie linee guida di settore, il principio di responsabilizzazione (accountability ex art. 5 del GDPR) richiede che il titolare del trattamento predisponga e documenti misure organizzative e tecnologiche congrue prima di autorizzare o consentire l'utilizzo di strumenti digitali sui dati dei clienti.

L'accountability non consiste nel giustificare le proprie scelte a seguito di un incidente o di un data breach, ma nell'esibire una documentazione preventiva che attesti la mappatura dei flussi, la selezione accurata dei fornitori tecnologici e l'adozione di misure di cifratura o mascheramento delle informazioni. In un contesto in cui la Shadow AI opera senza controllo, l'impresa si colloca in una posizione di oggettiva non conformità.

Parallelamente, il quadro delineato dal Regolamento (UE) 2024/1689 del Parlamento Europeo e del Consiglio (AI Act) introduce una classificazione piramidale dei rischi, stabilendo vincoli precisi in materia di tracciabilità, qualità dei dataset e supervisione umana (Human-in-the-loop). La ratio del legislatore comunitario è inequivocabile: l'adozione dell'intelligenza artificiale nei contesti professionali deve essere guidata da criteri di trasparenza verificabile, escludendo l'impiego incontrollato di strumenti che operino come scatole nere prive di convalida umana.

Per il responsabile legale, il responsabile della protezione dei dati (DPO) e il direttore IT, la conformità normativa richiede quindi un passaggio operativo concreto: tradurre le direttive comunitarie in protocolli interni di verifica, catalogando i casi d'uso ammessi e definendo chiari indicatori di prestazione (KPI) di governance.

Il quadro di mercato: adozione dell'IA stand-alone senza integrazione nei processi

Secondo gli Osservatori del Politecnico di Milano (2025), l'adozione della Gen-AI cresce ma si concentra su soluzioni stand-alone ed esterne, senza integrazione strutturata nei processi interni. È il terreno ideale per la Shadow AI: strumenti potenti, scollegati da regole, ruoli e controlli.

La diffusione disordinata delle tecnologie generative riflette una tendenza strutturale dell'intero panorama professionale italiano. Secondo i dati pubblicati dal Politecnico di Milano (Osservatori Digital Innovation), gli investimenti in tecnologie digitali da parte degli studi professionali in Italia hanno raggiunto la quota di 2,01 miliardi di euro, segnando un incremento del +3%.

L'analisi mette tuttavia in luce un marcato divario di dotazione infrastrutturale tra le diverse realtà: oltre il 68% delle strutture di minori dimensioni (con meno di 3 persone) impiega al massimo due tecnologie digitali di base, mentre l'89% dei grandi studi ne adotta attivamente almeno quattro. All'interno di questa dinamica, l'impiego dell'intelligenza artificiale generativa risulta in forte aumento, ma si concentra prevalentemente su soluzioni stand-alone ed esterne, prive di un'integrazione strutturata nei processi gestionali e operativi interni.

Questo dato fotografa la radice organizzativa della vulnerabilità. Quando una tecnologia potente viene acquisita o utilizzata a titolo individuale come strumento isolato, senza innestarsi nei flussi di lavoro aziendali e senza ruoli definiti di supervisione, si creano le condizioni perfette per la dispersione operativa. L'assenza di un'architettura condivisa impedisce alla maturità gestionale di evolvere, lasciando la sicurezza dei dati legata alla discrezionalità dei singoli operatori.

Standardizzare prima di automatizzare: perché l'IA applicata al disordine accelera il caos

Introdurre l'IA su processi non standardizzati non crea ordine: moltiplica le varianti, rende opachi i passaggi e accelera gli errori. La standardizzazione dei processi deve precedere l'automazione, perché solo flussi di valore descritti, assegnati e misurabili possono essere governati e verificati.

Automatizzare un flusso disordinato non lo corregge: lo fa correre più veloce. Per questo la KIVEMAR sostiene da sempre che il processo precede lo strumento. L'intelligenza artificiale è uno strato di efficienza, e funziona solo su basi già ordinate.

Prima di introdurla, un flusso operativo dovrebbe possedere almeno tre caratteristiche fondamentali:

  • Descrizione aderente alla realtà: Il flusso deve essere descritto per come si svolge concretamente nell'operatività quotidiana, non per come viene teorizzato nei manuali di procedura o immaginato dalla direzione.
  • Passaggi e responsabilità definiti: Ciascun collaboratore deve conoscere con precisione il proprio perimetro d'azione, quali dati riceve dalla fase precedente e quali requisiti deve soddisfare prima di trasferire l'elaborato alla fase successiva.
  • Autonomia dalle singole persone: La sequenza operativa deve funzionare con continuità senza dipendere dalla memoria individuale o dall'intervento continuativo e accentratore di una sola figura apicale.

Nella pratica la verifica parte da un confronto onesto tra il flusso attuale e quello desiderato. Se il team non riesce a dire dove si trova il collo di bottiglia e quale sia il prossimo passo, il flusso non è ancora pronto per l'automazione.

C'è anche un limite da tenere presente: anche su un processo ben strutturato, l'IA non elimina la supervisione umana e non garantisce risultati senza l'impegno di chi la usa. È proprio questo lavoro di chiarificazione preliminare che si sviluppa nella Diagnosi C.O.R.E., prima di qualsiasi investimento tecnologico.

Il principio di sequenza nella gestione del cambiamento

L'errore più comune nell'innovazione digitale consiste nell'invertire la sequenza logica: si acquista o si tollera uno strumento tecnologico nella speranza che porti con sé l'organizzazione del lavoro. Il metodo KIVEMAR ribalta questo paradigma. L'ordine nasce dalla chiarificazione dei ruoli e dei passaggi; la tecnologia interviene esclusivamente per amplificare la capacità di un'architettura già solida ed esplicita.

L'architettura interna autorizzata: perimetri di sicurezza, isolamento dei flussi e verifiche sistematiche

Un'architettura operativa autorizzata offre ai collaboratori strumenti approvati, dentro perimetri di sicurezza definiti, con flussi di dati isolati per classe di riservatezza e verifiche periodiche. Non frena la squadra: le dà un percorso legittimo più semplice del ricorso a strumenti pubblici non governati.

La costruzione di un'alternativa autorizzata richiede tre componenti strutturali coordinate:

  1. Perimetri di sicurezza e catalogo degli strumenti approvati: La direzione identifica e censisce formalmente le piattaforme permesse, attivando account aziendali regolati da contratti di elaborazione dati (DPA). Ai collaboratori viene fornita una lista esplicita di ciò che è autorizzato e di quali categorie di informazioni possono essere trattate in ciascun ambiente.
  2. Isolamento dei flussi informativi: Le informazioni aziendali vengono suddivise per livelli di riservatezza: dati pubblici di dominio comune, dati interni operativi e dati protetti o personali dei clienti. I canali tecnologici vengono segregati in modo che le informazioni protette non possano mai confluire in strumenti aperti o modelli privi di garanzie di riservatezza.
  3. Verifiche sistematiche e supervisione umana (Human-in-the-loop): Ogni elaborato generato con il supporto di strumenti digitali viene sottoposto a criteri di revisione oggettivi prima della pubblicazione o della trasmissione esterna. Viene mantenuto un registro dei casi d'uso per tracciare le attività nel rispetto dell'accountability.

La misurazione di questa infrastruttura non si basa su sensazioni, ma su specifici indicatori di prestazione (KPI) di governance, tra cui la quota di casi d'uso censiti sul totale dei flussi, i tempi di valutazione e rilascio di nuovi strumenti approvati e la frequenza delle revisioni di conformità completate nei cicli programmati.

Dimensione operativa Approccio tradizionale con strumenti isolati Architettura operativa KIVEMAR
Punto di partenza Acquisto o divieto formale di singoli software. Mappatura dei flussi di valore e dei casi d'uso reali di marketing.
Risposta alla Shadow AI Divieto formale e richiamo a policy statiche. Alternativa autorizzata, più semplice e veloce dello strumento pubblico.
Gestione dei dati Affidata alla sensibilità del singolo operatore. Classificazione dei dati, perimetri di sicurezza e isolamento dei flussi.
Standardizzazione dei processi Pratiche variabili da persona a persona, automatizzate nello stato attuale. Standardizzazione rigorosa dei flussi prima di qualunque automazione.
Supervisione qualitativa Occasionale, informale e dipendente dalla fretta. Protocollo Human-in-the-loop documentato con criteri di accettazione.
Distribuzione della responsabilità Concentrata interamente sul titolare in modo implicito. Ruoli assegnati, criteri di escalation chiari e autonomia della squadra.
Accountability e dimostrabilità Complessa: assenza di inventario, log e tracciabilità. Evidenze documentate: catalogo strumenti, registro casi d'uso e verifiche cicliche.
Misurazione delle prestazioni Nessun indicatore o valutazioni puramente percettive. Indicatori di prestazione (KPI) di governance esaminati periodicamente.
Effetto sul titolare Collo di bottiglia decisionale e continuo sovraccarico. Controllo delegato a routine di governance, titolare libero dall'arbitraggio quotidiano.
Maturità gestionale Stazionamento nei Livelli 1 e 2 della scala BARS. Percorso evolutivo programmato verso i Livelli 3, 4 e 5 della scala BARS.

Maturità gestionale: la scala BARS KIVEMAR a 5 livelli applicata alla Shadow AI

La maturità gestionale rispetto alla Shadow AI si misura su cinque livelli: dall'operazione guidata dall'impulso all'ecosistema predittivo e scalabile. Ogni livello indica quali regole, ruoli e controlli esistono, e quale passo successivo è realistico prima di estendere l'uso dell'IA nel marketing.

La gestione del rischio tecnologico non si risolve attraverso un salto improvviso, ma richiede una progressione strutturata lungo la scala di maturità gestionale BARS (Behaviorally Anchored Rating Scales) elaborata da KIVEMAR. Ciascun livello descrive comportamenti organizzativi osservabili e definisce la soglia di passaggio verso la fase successiva:

Livello BARS Denominazione ufficiale Manifestazione operativa rispetto alla Shadow AI
Livello 1 Operazione guidata dall'impulso I collaboratori impiegano qualsiasi strumento disponibile tramite account personali. Non esiste un catalogo degli applicativi, né regole condivise sulla gestione dei dati riservati.
Livello 2 Fondamenta in formazione La direzione ha redatto un primo regolamento interno o emanato un divieto formale. Mancano tuttavia ambienti aziendali approvati e procedure di verifica periodica sull'effettiva conformità.
Livello 3 In fase di standardizzazione Esiste un catalogo ufficiale degli strumenti ammessi, le classi di dati sono definite, i principali casi d'uso sono censiti e la responsabilità operativa è formalmente assegnata.
Livello 4 Operazione strutturata I perimetri tecnologici e l'isolamento dei flussi sono operativi. La supervisione umana è documentata e le verifiche avvengono a intervalli regolari mediante indicatori di prestazione (KPI).
Livello 5 Ecosistema predittivo e scalabile Gli indicatori di processo segnalano anomalie prima che diventino criticità. L'approvazione di nuovi strumenti segue un percorso codificato e ripetibile, garantendo piena autonomia alla squadra.

La regola fondamentale per la direzione risiede nel realismo evolutivo: non è possibile scalare l'impiego delle tecnologie se l'organizzazione si trova ancora nei primi stadi della scala. Il compito prioritario consiste nel consolidare le pratiche del livello corrente per approdare in modo sostenibile a quello immediatamente superiore.

Liberare il titolare: eliminare il collo di bottiglia e la dipendenza dalle singole persone

Il sovraccarico del titolare nasce quando ogni decisione sull'IA passa da lui perché mancano regole condivise. Un catalogo di strumenti approvati, ruoli chiari e criteri di escalation restituiscono autonomia alla squadra e trasformano il controllo da collo di bottiglia a routine di governance.

Nelle strutture di servizi professionali ad alta complessità, la carenza di regole codificate genera un attrito operativo costante. Ogni volta che un collaboratore desidera sperimentare un nuovo assistente digitale o necessita di approvazione per un testo commerciale, è costretto a rivolgersi direttamente al socio amministratore. Questo schema trasforma il vertice aziendale in un collo di bottiglia decisionale permanente, sottraendo tempo prezioso allo sviluppo strategico e alla cura delle relazioni con la clientela.

La transizione verso un modello governato si attua attraverso la distribuzione controllata delle facoltà decisionali:

  • Decisioni ordinarie delegate: La squadra opera in piena autonomia all'interno del catalogo degli strumenti approvati e dei formati standardizzati, applicando i criteri di revisione previsti dalle linee guida.
  • Criteri di escalation chiari: Situazioni che coinvolgono categorie particolari di dati, trattamenti inediti o proposte di nuove integrazioni tecnologiche vengono instradate in modo automatico verso il responsabile IT, il referente della conformità o il DPO.
  • Routine di governance ricorrenti: Il controllo continuo ed estenuante del singolo passaggio viene sostituito da revisioni periodiche strutturate: aggiornamento semestrale del catalogo degli strumenti, audit a campione sugli elaborati e verifica degli indicatori di processo.

In questo assetto organizzativo, il titolare cessa di fungere da arbitro di ogni singola bozza e assume il ruolo di garante delle regole del gioco. L'organizzazione guadagna in efficienza fiduciaria, rapidità di esecuzione e serenità gestionale.

La linea di confine tra velocità ed efficienza fiduciaria

La vera vulnerabilità nelle organizzazioni professionali non nasce dalla carenza di strumenti evoluti, ma dall'illusione che la rapidità tecnologica possa sostituire la governance dei processi, la riservatezza e l'accountability fiduciaria del decisore.

Sintesi del rischio sistemico: Adottare strumenti di intelligenza artificiale senza un metodo condiviso non riduce il carico di lavoro complessivo: sposta il rischio fuori dalla vista di chi deve risponderne civilmente e penalmente. Un divieto privo di percorsi ufficiali autorizzati lascia prompt pubblici, dati sensibili dei mandanti e contenuti non verificati privi di registro e di controllo. Quando il principio di accountability impone di dimostrare l'adeguatezza delle misure preventive, l'impresa si trova priva di pezze d'appoggio documentali, esponendo il proprio valore e la propria reputazione a passività irreparabili.

Domanda di autovalutazione per il decisore: Se domani mattina un cliente strategico, un'autorità di vigilanza o un partner istituzionale le chiedesse quali strumenti di intelligenza artificiale impiega attualmente la sua struttura per redigere comunicazioni e gestire informazioni, con quali categorie di dati e sotto quale supervisione documentata, sarebbe in grado di esibire evidenze formali o dovrebbe affidarsi alla memoria dei singoli collaboratori?

// Protocollo di Autovalutazione e Diagnosi Operativa

La vostra organizzazione governa l'impiego dell'IA o sta accumulando passività invisibili?

Il Checkup C.O.R.E. di KIVEMAR è il percorso di audit esecutivo in tre sessioni strutturate, progettato per mappare i flussi di valore, individuare i colli di bottiglia e introdurre una governance fiduciaria sui processi e gli strumenti digitali, con accoglienza selettiva limitata a un massimo di 10 aziende al mese.

Fonti Istituzionali e Relazioni Fiduciarie

  1. Politecnico di Milano (Osservatori Digital Innovation). (2025). Rapporto Professionisti e Innovazione Digitale. Indagine statistica sugli investimenti digitali negli studi professionali in Italia, il divario di adozione dimensionale e l'impiego stand-alone dell'intelligenza artificiale generativa. osservatori.net/studi-professionali-aumenta-la-spesa-in-tecnologie-digitali
  2. Garante per la Protezione dei Dati Personali. (2025). Linee Guida di Accountability nell'Utilizzo dell'Intelligenza Artificiale. Principi di responsabilizzazione ex art. 5 GDPR e adozione di misure tecniche e organizzative preventive per il trattamento dei dati mediante sistemi di intelligenza artificiale. garanteprivacy.it/docweb/10001089
  3. Unione Europea. (2024). Regolamento (UE) 2024/1689 del Parlamento Europeo e del Consiglio (AI Act). Quadro normativo europeo armonizzato sull'intelligenza artificiale, classificazione piramidale dei rischi e requisiti obbligatori di supervisione umana (Human-in-the-loop). eur-lex.europa.eu/celex:32024r1689